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Fotografia e storia: l’ordine dei pulsanesi

Instaurata sul colle di Pulsano nel VI  secolo per opera del monaco-papa San Gregorio Magno, l’abbazia, con i suoi eremi  circostanti, è stata sino ad oggi – con alterne vicende storiche – luogo di monaci, anacoreti e cenobiti, orientali e latini.

Dopo il primo insediamento dei monaci di S. Equizio, legato alla famiglia Anicia cui S. Gregorio Magno apparteneva, l’originario monastero eremo passò, per un breve periodo, a ridosso del X secolo, sotto la giurisdizione cluniacense. Distrutto successivamente da incursioni saracene, Santa Maria di Pulsano venne fondata nel 1129 da San Giovanni Abate (successivamente detto da Matera).

Seguito da sei discepoli, inizia la ricostruzione del monastero e della chiesa abbaziale, che versavano in uno stato di grave decadenza e abbandono dovuti alle precedenti incursioni saracene. In pochi mesi il numero dei discepoli aumentò fino ad arrivare a cinquanta.

Sotto gli abati Giordano (1139-1145) e Gioele (1145-1177), i due successori di Giovanni da Matera, la comunità, organizzata nella congregazione benedettina autonoma degli Eremiti Pulsanesi, detti anche gli “Scalzi”, conobbe una vasta diffusione arrivando a contare più di 40 monasteri non solo in Puglia ma anche fuori dal Regno di Sicilia, come per esempio S. Pancrazio in Trastevere a Roma, S. Salvatore sulla Trebbia a Piacenza (in seguito cistercense), San Michele di Guamo a Lucca, Santa Maria Intemerata presso Firenze, San Michele degli Scalzi a Pisa, S. Jacopo del Podio presso Luni; vi erano inoltre monasteri nelle isole slave dell’Adriatico Mljet e Hvar.

La comunità era caratterizzata da un sistema di vita cenobitico e eremitico basato sulla povertà e sul ritorno al lavoro manuale: attorno l’abbazia si trovano infatti 24 eremi, alcuni dei quali ancora accessibili e visitabili, che venivano utilizzati sia come abitazioni sia come luoghi di culto e di lavoro. Gli eremi erano collegati tra loro da una rete di stradine e sentieri scoscesi, spesso resi più facilmente raggiungibili da scalinate rocciose e corde.

La regola di S. Benedetto, basata sulla preghiera e il lavoro, era qui adottata nella sua più rigida osservanza.

Tra i numerosi divieti troviamo, ad esempio, quello di cibarsi di rucola selvatica, pianta che cresce tuttora abbondante tra le rocce calcaree di Pulsano, considerata afrodisiaca.

Osservazioni del tutto personali.

L’espansione repentina di un ordine con una così rigida applicazione della regola benedettina dell’ora et labora, con la relativa esasperazione del voto di povertà, era possibile perché l’europa stava attraversando un periodo di crisi (quindi di povertà) e il Regno di Sicilia in particolare stava soffrendo molto il passaggio dagli Altavilla agli Svevi. In sostanza è facile fare i poveri in un periodo di “vacche magre”.

Con l’aumentare della ricchezza, grazie all’interessamento di Sovrani e Papi – tra i quali Ruggero II, Federico II e il papa Onorio III – che concessero molti privilegi (franchigie fiscali e diritti vari) e donazioni all’Abbazia di Pulsano, iniziarono le “invidie papali” e i problemi interni alla comunità pulsanese portando, attorno alla metà del sec. XIII al declino di Pulsano come centro della piccola congregazione; a partire dal 1237 la guida di questa comunità sembra essere stata spostata nei più tranquilli chiostri toscani, dove resterà fino all’estinguersi nella seconda metà del sec. XIV di tutte le comunità pulsanesi.

P.s.: Le considerazioni finali della Treccani (dalla quale ho attinto ampiamente per questo articolo) non sono chiaramente quelle fatte da me… frutto di logiche fantastiche. 

P.p.s.: Se le eventuali osservazioni finali vi dovessero ricordare, anche lontanamente, qualche situazione che sentite di stare vivendo, si tratta solo strane coincidenze non vorrei assolutamente spingervi alla fondazione di un ordine eremitico.

se prorpio devi...

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